martedì 4 dicembre 2007

Depressione/sette/Verso il nihilismo: Brrrr.....

Nel XIX secolo prendono forma le ideologie della disperazione, la cui espressione più completa è il nihilismo. Ma è coerente, si può tenere, la costruzione di un sistema di pensiero sulla negazione assoluta, sul rifiuto dell’essere?
Affermare che il nulla sia meglio dell’essere è pensabile, oppure è un chiaro segno di follia? Intanto la domanda di Amleto resta in sospeso. “To be or not to be?”



È un libro imponente, addirittura mostruoso nella sua imponenza, l’espressione più completa di questo rifiuto dell’essere nel pensiero occidentale: Il mondo come volontà e rappresentazione.
L’autore è un giovane, inquieto filosofo, di appena trent’anni, Arthur Schopenhauer, appartenente alla prima generazione romantica, che, a differenza dei suoi coetanei, vuole estrapolare dalla disillusione e dal disincanto una teoria. Il libro esce nel 1818 ma è un fallimento editoriale, tanto che finisce al macero. Il mondo non è pronto ad accettare il sistema disperato che Schopenhauer gli propone. Ma che cosa dice di così terribile questo libro sfortunato? “La vita oscilla, come un pendolo, fra il dolore e la noia, suoi due costitutivi essenziali...La vita non è che una lotta continua per l’esistenza, con la certezza di una disfatta finale...essa non fa che avvicinarsi man mano al grande, al totale, all’irreparabile naufragio; sapendo che il suo è un veleggiare verso il naufragio, verso la morte.”
Per dirlo impiega millecinquecento pagine: sarebbero troppe anche per diffondere ottimismo e così trent’anni dopo, quando Schopenhauer torna alla carica e ripubblica il suo libro, la nuova edizione fa la stessa fine della prima.
Scontroso, appartato, furioso contro Hegel e gli idealisti, (“colossale mistificazione”, definisce la loro filosofia) Schopenhauer commenta amaramente: ”I giornali hanno appena annunciato che Lola Montes ha intenzione di scrivere le sue memorie e già gli editori inglesi le hanno offerto grosse somme. Ecco a che punto siamo”. Non aveva tutti i torti, ma confesso che, se le trovassi, le memorie di Lola Montes me le leggerei volentieri!
Eppure quest’uomo amaro, che spinge lontano il suo sguardo verso la religiosità e la filosofia indiana -“disertore dell’Occidente”, lo chiamarono-sa esercitare un fascino potente. Perché dalla prolissità della sua opera si staccano delle immagini talmente plastiche che si incidono per sempre nei nostri occhi e, se non facciamo attenzione, nelle nostre anime. La domenica cristiana, che si trascina nella noia, gli uomini come topi, che corrono impazziti nel chiuso di un labirinto senza senso, l’uomo attore in una pièce tragica su un palcoscenico buio...brrr.
Solo l’arte, per Schopenhauer, può, ma brevemente, rendere sopportabile la vita: nel contemplare ci dimentichiamo di noi, cessiamo di essere attori e ci concediamo il momentaneo sollievo di essere spettatori. Ma subito, tranne che per coloro “il cui stupido cervello sia capace solo di parole insensate”, torna la consapevolezza che “abbiamo molto meno di cui rallegrarci rispetto a quanto abbiamo per cui affliggerci dell’esistenza del mondo, (...)la sua non-esistenza sarebbe preferibile alla sua esistenza.”

Non la pensa diversamente Mark Twain, un americano altrettanto disperato che affida il suo “non senso pessimistico integrale” all’umorismo, noir evidentemente, come affidiamo un naviglio leggero ad un’ancora di salvezza. "Il miglior modo per stare allegri è cercare di rallegrare qualcun altro.>
Ma l’ancora non può impedire al naviglio di sussultare, strapazzato dalle correnti:”Non esiste nessun Dio, nessun universo, nessuna razza umana, vita terrena, paradiso, inferno. È tutto un Sogno, grottesco e senza senso. Non esisti che Tu e Tu non sei che un Pensiero...che vagherà dimenticato per sempre nell’eternità vuota di ogni cosa.”
Senza nemmeno un punto esclamativo alla fine, così, piattamente. Cazzarola!


Søren Kierkegaard gli è fratello, forse (la comparazione della sofferenza è un esercizio impossibile) ancora più infelice. Trascina la sua vita sotto il peso di un’educazione protestante troppo austera e colpevolizzante.
Il dramma della sua vita è riassunto dal titolo della sua opera principale: “Aut-Aut”.
Anche qui, come negli altri suoi scritti, (racconti, diari, aforismi) Kierkegaard rifiuta la forma professorale, accademica, sistemica. Anche per questo leggerlo ci affascina.
È un grande anticipatore: introduce il tema dell’angoscia che l’esistenzialismo del Novecento svilupperà. È l’angoscia a formare il tessuto dell’esistenza. Dell’esistenza di ogni uomo e di quella dell’uomo Søren.
La malinconia è la sua intima confidente, “la sua amante più fedele”, uno stato, però, incomunicabile, perché la sua causa è sconosciuta. “Tristezza senza causa, perdita dell’essere, ma anche, colpa, peccato”, come diceva la vecchia dottrina della Chiesa. L’animo di Kierkegaard è “pesante..ma tuttavia vuoto e insignificante”.
In Kierkegaard c’è però anche lo scatto orgoglioso di chi si riconosce una intellettualità superiore. Mentre il mondo, per il quale non si sente adatto, mastica “esibizionismi, inautenticità, chiacchiera”.

Nella seconda metà del XIX secolo avviene un periglioso connubio: il pessimismo di Schopenhauer e l’angoscia di Kierkegaard si fondono insieme. Essere al contempo razionalmente convinti che il mondo non dovrebbe essere> e soffrire per il fatto di essere al mondo porta alla volontà di distruggerlo: Signori, il Nihilismo.
Il Nihilismo ha avuto molti antenati (Diogene, Gorgia da Lentini, e poi gli gnostici e i “nientisti” di Mercier, e il Mefistofele di Goethe), ma il termine nasce e si afferma in Russia: in Tolstoj, in Dovstoevskij, in Turgenev.
Ed indica sia uno scettico assoluto, che dubita dell’esistenza del mondo, che un pessimista integrale, per il quale il mondo non dovrebbe esistere, che, ancora, un anarchico, che rifiuta qualsiasi valore, morale, politico o altro.
A dare corpo al tormentato nihilismo saranno soprattutto Dostoevskij e Guy de Maupassant.
Mentre i lettori di tuttto il mondo continuano a tributare a Dostoevskij la loro venerazione, il grande russo- depresso, epilettico, ansioso, paranoico- è sezionato, esaminato, ispezionato da Freud, Julia Kristeva, Albert Camus, Philippe Sollers, per citarne solo alcuni. Si cerca in lui un prototipo, forse nella speranza che un giorno la scienza medica possa sbrigativamente incasellare un sofferente dentro la “sindrome di Dostoevskij”. Ma il grande Fedor resiste: egli è, prima di tutto, un grandissimo scrittore. “Soffrire, soffrire molto è necessario per scrivere. “L’essenziale è la tristezza”. L’intera opera di Dostoevskij consiste nell’analisi perpetua del contenuto, delle cause e delle forme di tristezza e disperazione.



Dostoevskij spiega con una chiarezza mirabile quello che da secoli e fino ad oggi i sofferenti hanno tentato di dire di sé e della loro sofferenza: che la consapevolezza di sé ne è il fattore principale, che, più tale consapevolezza è acuta, più il mal di vivere è esasperato. “Sarebbe stato meglio che fossi stato creato simile a tutti gli altri animali, vivo, cioè, ma non razionalmente cosciente di me stesso: la mia coscienza è precisamente non un’armonia bensì una discordanza, giacché io sono infelice a causa di essa. Guardate chi è veramente felice al mondo e chi siano quelli che accettano di vivere! Quelli che accettano di essere simili agli animali, appunto, e, per lo scarso sviluppo della loro coscienza, più vicini alla condizione animale.”
Per bocca di Raskolnikov, Dostoeveskij proclama che la sofferenza, il dolore, sono inseparabili da un’intelligenza elevata e da un grande cuore.


Quanto a Guy de Maupassant, il francese dalla vita piena di successi, benessere, viaggi, egli morì a 43 anni, sempre più depresso, sempre più terrorizzato all’idea di perdere la ragione, dopo diversi tentativi di suicidio. Il mondo che descrive nei suoi romanzi, racconti, novelle è un mondo orribile, e tanto più spaventoso perché magistralmente descritto. Noia, tedio, scontento, scoramento, nausea: senza il suo straordinario talento di scrittore i suoi libri sarebbero insopportabili.

Non solo testimone ma soggetto sofferente è anche Friedrich Nietzsche, che disprezza i pessimisti ed i pessimismi, ma scrive:Nell'intimo del mio essere una malinconia nera e immutabile...la cosa peggiore è non capire assolutamente perché devo continuare a vivere." Intanto glorifica la vita, come lotta da condurre ridendo, dionisiacamente, in faccia agli idoli.
Al di là di ogni condizione esistenziale, c'è la volontà, con cui il pessimismo nihilista dev'essere superato. "Dover essere" è compito del Superuomo. Ma questo volontarismo forsennato, appare soltanto teorizzato. Nella sua vita Friedrich non riesce a sollevare la testa. Lou Andreas Salomè, che lo amò ma non volle legarsi a lui, lo descrive come un uomo tormentato, angosciato, disgustato, consumato dal dubbio, che invoca la follia: Datemi dunque la follia, o voi, esseri celesti, la follia, affinché io creda, alla fine, in me stesso...".

12 commenti:

  1. solo ora leggo il tuo commento sul mio blog,grazie al quale anche io ho avuto l'opportunità di conoscere il tuo.Ritornerò a leggere questo post e il tuo blog con la dovuta calma,ho un po' di fretta ora...
    Un saluto e a presto
    -Vulcanochimico-
    www.vulcanochimico.ilcannocchiale.it

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  2. però...
    tutti co barba e co baffi e più i baffi si infoltiscono più si imbufaliscono .
    Insomma, ridiamoci anche un pò su. E poi se tutti questi signori non avessero messo lo zampino nella fogna delle nostre paure ... ma non era meglio ubriachi di dottrina papalina ma felici a panza piena ?

    ciao

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    ps: viva cartesio ! ;-)

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  3. @ Filippo: hai ragione, non ci avevo fatto caso, ma i baffi sono davvero una stigmate!

    e certo che papalini felici è meglio, ma il fatto è che sotto il Papa Re non è che ci fosse molto da ridere..

    Cartesio? Lodato sempre sia ;-))

    ciao marina

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  4. ciao Vulcanochimico, tranquillo, di qui non mi muovo..
    ciaomarina

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  5. sempre a Filippo: non trovi deliziosa la pettinatura di Schopenhauer? Il mio endocrinologo ce l'ha identica!

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  6. Marina, leggerti è sempre un piacere... perché non ho avuto l'onore di essere uno dei tuoi studenti!?! Bellissimo post, godibilissimo, come sempre. Citazioni e frasi attualissime, in questo mondo in cui meno si pensa e meglio si stà! Sei una luce!

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  7. perchè , i baffi di frederaic (ma si scrive fredrich) dove li vogliamo lasciare ?

    ciao

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  8. uh! ...a questo scritto tornerò ancora ad abbeverarmi - stupendo!

    :) dawoR***

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  9. Questo post è davvero ben fatto, ne approfitto per linkarlo e nello stesso tempo augurarti buone Feste.

    Felicità

    Rino, sinceramente

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  10. Ciao Rino, grazie per la tua visita e per l'apprezzamento. Sto facendo una carrellata sul mal di vivere,sono quasi arrivata ai nostri giorni.
    Appena fuori dalla baraonda natalizia mi studio ben bene il tuo blog. Per ora ho fatto solo un salto e ho visto che abbiamo degli amici in comune.
    felicità anche a te
    marina

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